Spremuti come dei limoni. I costi, e le mancate performance dei fondi

I risparmiatori italiani si lasciano ancora e purtroppo sempre più, guidare in modo del tutto passivo nella transumanza da risparmio amministrato al risparmio gestito (in particolare, fondi, fondi di fondi, polizze pseudo-assicurative ecc.).

Questa, incredibilmente, è una storia tanto vecchia quanto attuale.

L’obbiettivo di chi li guida è evidente: traferire liquidità da veicoli di investimento (obbligazioni, azioni, etf ecc.) che pagate le commissioni di acquisto rendono nulla al collocatore, verso prodotti del risparmio gestito per i quali l’investitore sostiene invece importanti  e soprattutto ricorrenti costi di gestione! Da 0% al 1,8% medio all’anno la differenza è ovviamente enorme.

Viene quindi alimentata con questa passività un’industria dell’inefficienza visto che quasi un terzo dei fondi ha risultati peggiori dei costi paganti dai risparmiatori.

Il problema gravissimo non è però nel pagare costi di gestione che sono assolutamente giustificati se il ritorno è coerente e corretto.

Il vero problema è che in molti casi questi costi insieme all’inefficienza di gestione, sono talmente pesanti da vanificare i risultati del gestore stesso.

I clienti si muovono senza – almeno – tentare di comprendere se i soldi che giustamente pagheranno, potranno essere forieri di risultati accettabili oppure saranno gettati al vento.

Le asimmetrie conoscitive sono una parte di questa situazione, ma forse non la più importante.

Probabilmente la causa di questo atteggiamento è la storica apatia e la mancanza assoluta di voglia di imparare le nozioni necessarie per operare con un minimo di coscienza delle proprie scelte insieme a una fiducia riconosciuta in modo assoluto a chi propone simili prodotti.

In questa stranissima situazione, tipicamente italiana, a pagare è sempre e solo l’investitore finale con buona pace delle performance.

Fonte: Repubblica.it

La bolla dei subprime potrebbe ritornare?

Molti tra i nostri lettori, dopo 10 lunghi anni, probabilmente ricordano vagamente l’origine e il successivo sviluppo del problema dei mutui subprime.

Negli Stati Uniti intorno agli anni ’90 si verificò un ciclo di grande crescita (in buona parte drogata da forti deregolamentazioni), ma dalle basi tutt’altro che solide. Di quel periodo torna ancora alla memoria la corsa del mercato azionario USA e il legame davvero folle con il mercato immobiliare che la alimentava.

In pratica Mr. Smith (buon lavoratore e solido cliente bancario) acquistava grazie a un mutuo una casa di costo ipotetico 100. Poi, dopo pochi anni vista la notevole crescita del valore dell’immobile, tornava in banca e si faceva ri-finanziare in base al nuovo valore della casa che ipotizziamo cresciuto a 130. Incassava quindi 30 di nuova liquidità. E cosa faceva Mr. Smith con il nuovo cash? Acquistava auto, televisori, barche ecc. Ovviamente gli utili delle aziende crescevano a ritmi incredibili insieme all’economia.

A quel punto anche Mr. Ford decise di fare altrettanto. Solo che in un clima di “esuberanza irrazionale” coloro decidevano se erogare i mutui “prestarono ben poca attenzione” al fatto che Mr. Ford non era in realtà minimamente solvibile. Il vento sembrava soffiare leggero e costante e quindi furono concessi molti di questi finanziamenti.

Con il tempo però molte banche vista la diffusione (anche) di questi mutui detti subprime, iniziarono a pensare che nel tempo avrebbero potuto diventare un grosso problema e trovarono quella che dal loro punto di vista era la soluzione ideale: cartolarizzare questi mutui. Detto in termini volutamente semplicistici si trattava di “impacchettare” questi crediti in particolari veicoli finanziari e quindi di cederli ad altri investitori. L’aspetto che rese esponenziale la gravità delle conseguenze è che questi prodotti furono loro volta “impacchettati” in una varietà di matriosche finanziarie sempre più articolate e quindi difficili da valutare correttamente. E, incredibilmente, queste bombe ad orologeria furono acquistate a piene mani da entrambi i lati dell’Atlantico; anche da banche molto importanti e famose, in particolare dell’Europa centro settentrionale.

Cosa accadde poco dopo, ormai è noto a tutti.

Se provate a digitare su Google le parole “subprime comics” e poi selezionate Immagini, il legame di quei tempi tra finanza e immobili appare in tutta la sua tragicità.

Oggi la situazione è sotto molti aspetti assai diversa (anche se purtroppo negli USA si sta facendo forte la voce di coloro che vorrebbero nuovamente deregolamentare la finanza). Tuttavia ci sono settori del credito che – non solo negli Stati Uniti – possono arrivare a surriscaldarsi in modo da creare qualche dubbio.

Questa volta sicuramente, ci saranno molti e più approfonditi controlli da parte delle Autorità di Vigilanza e l’attività delle banche centrali è si è molto evoluta e intensificata proprio su questi temi.

“Si dice” che mentre in Italia esista il problema dei crediti inesigibili, in altri Paesi non dell’area mediterranea ci sia ancora molta spazzatura nascosta sotto i tappeti con la veste assai varia di strumenti derivati legati ai subprime che furono acquistati proprio verso la metà – fine degli anni ’90 per i quali non si è ancora trovata una soluzione allo smaltimento.

Speriamo bene.

Fonte: Bluerating.com

AVANTI, MA CON MODERAZIONE – 11 APRILE 2018

I timori innescati da Trump e dall’amministrazione americana con le continue minacce inerenti guerre commerciali hanno infine avuto effetto sui mercati: é oramai ufficiale e trasparente dai dati che la crescita ha rallentato. In questa fase incerta continuiamo a prediligere un approccio prudente in attesa che le prospettive si chiariscano.